*trovare una scusa*
parecchio tempo fa qualcuno mi disse che io sono un po' di tutto.
la cosa mi spiazzò non poco, e mi infastidì.
ci pensai a lungo e incominciai a raccogliere informazioni per confutare questa tesi, fastidiosa come una zecca allo scroto.
presi a cercare dei comuni denominatori. se davvero apparivo un "po' di tutto" avrei potuto senz'altro racchiudere questo "tutto" in una categoria e farne la mia specialità.
la prima cosa a cui pensai fu l'arte.
sono un artista a tuttotondo, un creatore a 360 gradi, uno a cui piace abbracciare ogni forma espressiva e piegarla ai suoi voleri: la musica, le arti visuali, la scrittura e così via!
quello che mi pareva poco convincente era che, comunque, andando al sodo della questione, non ero di fatto un buon regista delle mie opere, e nemmeno uno scaltro esecutore. l'unica cosa su cui potevo contare erano le idee, che però non realizzavo come volevo perchè non ne ero capace.
insomma, uno zero in un mare di zeri, con qualche uno per sbaglio.
poi, più di recente, qualcun altro mi ha detto una cosa analoga, ma ancora più fastidiosa: "tu sei e rimarrai un absolute beginner".
ve la ricordate?
quello spettacolo di canzone a corredo, firmata dal figo senza tempo che è bowie.
inutile nasconderlo, la prima reazione a critiche del genere è l'incazzatura ad oltranza, arricchita con confronti e bilanci più o meno a mio favore.
cercavo di ricordare se c'era qualche cagabile nella storia del mondo che fosse stato un absolute beginner in quasi tutto, e che poi avesse fatto strada da qualche parte, anche poi, anche in tarda età (avrei vissuto i prossimi trent'anni tuttosommato tranquillo).
niente, nulla.
nessuno che nella storia fosse nato completamente afono e si fosse rivelato un talento vocale, ma peggio, nessuno che avvalendosi della sua volubilità riguardo alle cose che lo circondavano, avesse potuto insegnare qualcosa a qualcuno.
lasciare traccia, essere, esistere.
nessuno.
i maestri sono tutti dei monomaniaci.
sono degli esseri umani che hanno scelto di immolarsi per una causa, degli uomini privi di visione laterale, paraocchiati alla nascita da qualche fottuta entità, intenti giorno e notte nella loro cazzo di attività. quella, solo quella, fino a morirne, fino a trarne l'essenza, fino a divenirne guru, padri, anime, fautori, capostipiti, maestri, dei.
sticazzi.
poi è arrivato il nikilismo, si, con la K, per distinguerlo da quello creato da un... monomaniaco della filosofia.
il mio "nikilismo for beginner" nasce come via di fuga dalle asserzioni simpatiche dei miei amici, per affermarsi poi come pensiero riguardo all'esistenza.
c'è una una cosa che mi trascino dietro da quando, adolescente, non mi capacitavo di un giovane del mio paese che reputavo un vero figo, un esempio, e che era in realtà il prete che mi istruiva alla dottrina cattolica.
non mi capacitavo della sua fede, di questa defaiance, di questa cosa inconcepibile per cui una persona intelligente, critica verso il mondo che lo circonda, credesse in una entità X chiamata dio e, peggio, nella vita che continua dopo la morte (infatti, in seguito, questo ragazzo fu trovato a scopare con una giovane parrocchiana e allontanato con disonore dalla parrocchia).
l'essenza del mio pensiero era la fine dell'esistenza.
la fine a se stessa dell'esistenza.
a cosa poteva mai servire la mia vita, presa come singola opportunità, se poi, in fin dei conti, si finiva dentro una bara di legno con foto e santini? che senso avrebbe avuto la vita del mio amico massimiliano, morto a forse dieci anni, se fosse continuata? a farne un bravo carpentiere?
un astuto commerciante?
uno strafottuto insegnate?
che cosa?
e poi?
bara di legno, fiori, santini, foto che sbiadisce, riesumazione e setacciamento dei poveri resti, breve memoria e poi, finalmente, oblio.
qualcuno, sapendo di questi miei pensieri di quattrodicenne, potrebbe non stupirsi di come sono fatto ora!
ma tornando al beginner, penso che se la fine è la polvere, e nella polvere è l'oblio, a questo mondo bisogna solo provare a vivere il più possibile.
non parlo in senso temporale, parlo delle esperienze.
la parola che andrebbe scritta, dopo aver assunto il ruolo di "beginner for life" è "esperienza".
riconosco di essere un umano fortunato.
quello che può essere l'esperienza o l'ambizione per un abitante del burchina faso è qualcosa di enormemente diverso da qui.
li, forse, c'è il beneficio dell'inconsapevolezza, sperando che la TV non sia arrivata pure nelle capanne, a dispensare desideri.
qui, però, se voglio vivere una esperienza lo posso fare, e che male c'è nel vivelra da beginner, senza farne un motivo di vita?
entro i miei limiti, quelli propri miei e quelli che il tempo mi concede.
posso scrivere, posso strimpellare una chitarra, posso correre con l'auto, posso cercarmi e trovarmi un lavoro, se mi fa schifo posso pure provare a cambiarlo. posso chiacchierare amabilmente, posso scopare, posso anche amare, posso volare se trovo il coraggio, posso scattare una foto, anche due, posso costruirmi una capanna in fondo al giardino e dentro allestire una atelier, e dipingere le cose che immagino.
posso starmene sul letto a leggere vecchio libro delizioso, oppure appeso a internet a cercare notizie su manolo, che qualcuno diceva morto.
posso vivere delle esperienze, tante, tutte, cambiare, abbozzare da absolute beginner, provare e riprovare per vivere e rivivere, e poi abbandonare, per poi riprovare.
girare, vagare.
e tutto questo senza diventare assolutamente nessuno, il maestro di nessuno, senza costringermi ad una mania, senza dover scegliere di che cosa soffrire per il resto dei miei giorni.
senza dovermi preoccupare di cosa cazzo scriveranno sul marmo, perchè non sarà più affar mio.
*avete rotto il cazzo*
si non c'è che dire, belli i bambini.
però avete onestamente rotto la minkia.
ogni sacrosanto collega che decidesse, d'ora in poi, di avere figli, è calorosamente invitato a non strassarmi il cazzo con le sue minchiosissime, sfuocate nonchè storte e dai colori smortissimi, foto del bimbo.
il pargolotto nella sua culla, il pargolotto mentre succia (magari! fosse la tetta della madre, solo sterili siliconici biberon), il pargolo che apre gli occhi, che sorride, che caga, che dorme...
basta.
e il racconto.
il tenero, adorabile racconto del parto naturale, di qeusta cazzo di usanza di assistere semi svenuti allo stupendo momento della fuoriuscita dell'ormai EX feto, del nuovo membro di questa stramaledetta comunità degli uomini.
ogni particolare non sia risparmiato. con sorriso ebete, ogni emozione venga narrata con trasporto mentre la folla di noi altri apprezza con altrettanto ebetismo, senza chiedere ulteriori dettagli pena ricevere ulteriori nauseabondi particolari.
ma l'epica narrazione delle gesta del pargolo non si esaurisce con la nascita.
per giorni, anni, subiremo i progressi, i primi bisbigli, i sorrisi del primo mattino, la sorpresa mentre i due sposini spettinati si affacciano alla culla, e PROOOT! il fanciullo che esala il suo sesto (o settimo) peto sonoro. e che sonorità! che grinta in quel peto, tutto suo padre! ironizza il peloso, nerboruto mio collaga.
che due enormi, immense palle, collega.
te le tenessi per te, le tue cazzo di gioie coniugali, le tue soddisfazioni procreative, i tuoi sogni, le tue speranze che qualcuno faccia meglio quello che tu non sei riuscito a fare nella vita, fetide scorregge comprese.
fallo, badami, tienti strette le tue valutazioni sul costo dei pannoloni, su quanti comprarne in stock e dove costino meno, se il latte in polvere sia passato o meno dall'assicurazione, se il ruttino in leggero ritardo dopo la poppata sia da considerare fattore preoccupante.
in auto, alla pausa caffè, svuotaci le palle da questo peso, per favore, lasciaci crogiolare nel nostro arido mondo di non-padri, di non-procreatori, di non-inteneriti omoni pelosi.
*è difficile*
è difficile spiegare come il dolore, veicolato, diventi espressione.
non lo capisce mai nessuno.
così l'artista, colui che "sente", si affaccia sempre al mondo con un atto di sofferenza, e di silenzio, attento a percepire ogni singola possibile vibrazione. come l'aria cupa invernale, che porta con sè tante più esprienze di un bellissimo, colorato regalo estivo.
preso per mano, questo dolore, conduce allo schiudersi nell'uomo che "sente", di speranze e disperazioni, il proclamarsi libero e incorruttibile, e proprio per questo all'esprimersi creando così nuove rivelazioni.
chi lo circonda rimane spaesato, non comprende e non capisce, lo giudica un sentire deviato, una follia sterile, una ricerca senza un fine, un errore.
l'artista sbaglia sempre, la sua vita è sempre buffa, il suo arrivo è sempre in ritardo, frutto di una costruzione lenta, fatta di pezzi vacillanti e indecisi che quasi sempre non si incastrano tra loro.
chi "sente" può anche crollare sotto il peso della sua esperienza. questo è generalmente drammatico e profondamente egoista, allo stesso tempo è definitivamente creativo, o semplicemente espressione della naturale crudeltà del mondo.
*il compleanno*
sognavo
o forse mendicavo
un tuo compleanno
alla sera.
nel parco
dei nonni.
purtroppo
non c'era
grazia
nei miei discorsi
e nemmeno
tra i bicchieri
*direzione ottusa*
ecco una notizia dagli USA, rimbalzata timidamente verso il nostro continente e nemmeno troppo amplificata dagli organi di informazione.
qui:
http://www.nytimes.com/2007/10/04/washington/04bush.html?_r=1&hp&oref=slogin
in pratica, bush ha messo il veto ad un aumento sul costo delle sigarette negli stati uniti, cosa che con i ricavi avrebbe potuto estendere l'assicurazione sanitaria a 1/3 in più dei bambini poveri del paese.
e lui mette il veto.
si parla spesso della grande libertà che regna negli states, malgrado i grandi problemi e le ingiustizie che esistono. per esempio puoi aprire un blog e scriverci insulti a tutto spiano senza che nessuno ti dica niente (recente, da noi, il tentativo di mastella, di far chiudere il blog "mastella ti odio", povero mastella, siamo alla frutta).
eccetera.
io dico una cosa.
secondo me negli usa non c'è questa libertà.
secondo me, in quel paese fintamente democratico c'è solo uno scontro tra i ricchi e i poveri, cosa che nei selvaggi imperi di un tempo non poteva, purtroppo, esserci. la cultura ormai è di tutti, e allora due schiere ugualmente estese e motivate si fronteggiano ognuna per far valere la sua causa, i "ricchi" (termine abbastanza aleatorio, un tempo declinato in più fazioso "borghesi") a conservare il loro status, i poveri (questo, invece, è un termine ancora di moda) a sperare che gli diano qualcosa per star meglio.
in mezzo c'è tutto il resto, tutte le contraddizioni e le mancanze, gli interessi e le corruzioni, e anche questa presunta libertà, data dalle grandi estensioni, dalle grandi masse, dalla mole enorme di idee e opinioni che è impossibile controllare e disciplinare, e che ogni volta si moltiplicano e si diffondono se vengono oscurate.
ora, quello che sono arrivato ad odiare della politica (anche la nostrana, più bontempona) è questo schierarsi a tutti i costi contro provvedimenti e proposte che non vengano dalla propria parte.
è un modo di ragionare ottuso e suicida, un ridicolo ma ahimè terribilmente diffuso sistema per cui, anche a livello locale, nei paesi, nelle giunte comunali, si va di partito preso e si vota contro, con quel sorrisino che "te l'ho messo nel culo" tipico di quando litigano tra loro.
se questo male del potere, questo morbo dell'affezione, dell'attaccamento al proprio credo, parte dal pesino di provincia e arriva fino allo studio ovale (passando magari per "er cupolone") io dico che la nostra società ha ancora molta strada da fare.
la nostra civiltà.
siamo acerbi e masochisti, inutile puntare il dito sempre in direzione EST, a quei selvaggi del mediooriente.
il male è qui, curiamolo qui, che siamo appena poco più avanti di li.
*mondo stanco*
mentre tutto è stanco.
mentre tutto vola velocissimo, stanchissimo, io posso fermarmi.
scende il sole, allunga le ombre della strada, com'è lento il sole...
com'è lento l'inverno ad arrivare, le foglie ad appassire, la vita decima i suoi ritmi e conserva le energie per quando farà freddo. molti sopravviveranno, e questo mi fa sentire bene.
allora, mi convinco che finchè ci sarà il vento, e queste foglie piene di vita a planare dolci sull'asfalto, finchè potrò fermarmi saprò di essere vivo.
non sarò mai vivo al volante, non lo sarò nel centro delle mie passioni, non sarò mai vivo nel mondo che conosco, sarò vivo solo quando sarò fermo fermo.
fermo immobile, a respirare.
*s.p. 29*
mi nascondevo
dietro le tue
esistenze insicure
lungo strade
che percorravamo
ascoltando sempre
le stesse canzoni
fino
a non sopportarle.
*perterra*
poveri
mi fate pena
avete schifo
di buttarvi sull'erba.
guardatevi
lì a mendicare
uno spazio sulla coperta.
guardate me
sto a faccia in giù
sulla terra
a godere
della sua vita.
un giorno quest'erba
la vedrete da vicino
e non potrà più
farvi così schifo.
*ascoltando scrijabin*
aspetta.
a metà di tutto questo
rimane la tensione
non un cenno
disperato
a smettere.
lente le dita nello spazio
catastrofico
inatteso
anima
immersa, sperduta nel tuo
corpo
che vive e suda.
rarefatto.
linguaggio arcaico
oscuro e immortale
cedi ancora un po' di te
a questo uomo immorale.
*i fatti del giorno*
ahmadinejad va in america a parlare di democrazia.
e bush gli contesta di essere un dittatore che uccide gli omosessuali.
io mi reco al concessionario, e tento di acquistare un'automobile al prezzo di sedicimila euro.
il tizio del concessionario mi propone un gioco sporco da fare con la concorrenza.
la tangenziale, dall'incrocio con la statale, è intasata e un camionista fa retromarcia in corsia di emergenza.
un'automobile con lampeggiante blu pare molto indispettita, perchè su quella corsia vorrebbe transitarci lei, diretta come una freccia a consegnare un pacco di centoventi chili che legge il giornale, all'aeroporto.
oliviero toscani pubblica una foto che ritrae una donna anoressica completamente nuda, devastata.
qualcuno si risente, perchè "non è questo il modo di riflettere su un problema" e... bla bla bla, ... "solo per vendere qualche maglietta".

*carabiniese*
furto con destrezza.
bella questa definizione, il carabiniese è una lingua comica.
poi non si lamentino delle barzellette.
furto con destrezza (il borseggio): quasi un complimento.
*senza nome*
dire, ridire mille volte la stessa identica cosa.
e qualcuno, qui, si sposa.
lo si vede dal lucido della carrozzeria
e dalle foglie raccolte per giorni e giorni
per dare all'autunno quel chè di primavera.
e la solita cosa, la miseria che c'è in te.
scorreranno sorrisi a fiumi
ci perderemo in complimenti
e auguri
ma il riflesso appannerà, e anche le foglie
ne cadranno ancora, e ancora.
fino alla fine dell'inverno.
diario di appunti senza visitatori nè lettori, ignorato dai più. un giorno, un qualche archeologo del web lo riesumerà e, interessato a storie marginali e racconti e pensieri dispersi, lo leggerà.